giovedì 13 giugno 2013

La morte di Mussolini e i fatti di Piazzale Loreto

FUGA E CATTURA DI MUSSOLINI

Nel tentativo di sfuggire alla disfatta definitiva della Repubblica Sociale Italiana e sperando ancora in un sussulto dei suoi con la possibilità di trattare un accordo di resa a condizione, Mussolini abbandona il 18 aprile 1945 l'isolata sede di Palazzo Feltrinelli a Gargnano, sulla sponda occidentale del lago di Garda, e si trasferisce a Milano, dove arriva in serata prendendo alloggio nella prefettura; il giorno precedente aveva discusso nell'ultimo consiglio dei ministri sulla possibile resistenza nel Ridotto della Valtellina.
Il 20 aprile concede nella prefettura di Milano, ove ormai è rinchiuso, un incontro al giornalista Gian Gaetano Cabella, direttore del giornale "Popolo di Alessandria", ed alla richiesta del giornalista di potergli rivolgere qualche domanda lo sorprende rispondendo: "intervista o testamento?". Fu l'ultima intervista rilasciata da Mussolini, che la rilesse, corresse e siglò il 22 aprile.
Sempre il 22 aprile, nel cortile della prefettura pronuncia l'ultimo discorso ad un centinaio di ufficiali della Guardia Repubblicana, chiuso con l'affermazione che "se la Patria è perduta è inutile vivere". La sera si incontra con Carlo Silvestri e gli consegna una dichiarazione per il comitato esecutivo del PSIUP in cui chiede che la RSI finisca in mani repubblicane, non monarchiche, socialiste e non borghesi.
Il 23 aprile le truppe alleate entrano a Parma, e da Milano non sono più possibili le comunicazioni telefoniche con Cremona e Mantova, il giorno seguente Genova è liberata e il console tedesco Wolf si fa vivo per richiedere al ministro delle finanze Domenico Pellegrini il versamento anticipato di 10 milioni di lire, quota mensile per le spese di guerra del mese seguente. Il 25 aprile mattina gli operai iniziano ad occupare le fabbriche di Sesto San Giovanni alla periferia di Milano.
Nel pomeriggio del 25 aprile, con la mediazione del cardinale di Milano Ildefonso Schuster, si svolge nell'arcivescovado un incontro decisivo tra la delegazione fascista composta da Mussolini stesso, il sottosegretario Barracu, l'industriale Gian Riccardo Cella, il prefetto di Milano Mario Bassi, i ministri Zerbino e Graziani ed una delegazione del CLN composta dal generale Cadorna, dall'avvocato democratico-cristiano Marazza e dal rappresentante del partito d'azione Riccardo Lombardi. Sandro Pertini arriverà in ritardo a riunione conclusa. A Milano è in corso lo sciopero generale e l'ordine dell'insurrezione generale è imminente. Inoltre Mussolini apprende durante l'incontro che i tedeschi avevano già avviato trattative separate con il CLN: l'unica proposta che riceve dai suoi interlocutori è quindi la "resa incondizionata". Un accordo al momento sembra possibile, dato che vengono date garanzie per i fascisti e per i loro familiari, ma i repubblichini, anche se senza vie d'uscita, non vogliono essere i primi a firmare la resa per essere poi tacciati di tradimento. Si riservano di dare una risposta entro un'ora lasciando l'arcivescovado e ritirandosi in prefettura, ma non ritorneranno più.
In serata, verso le ore 20, mentre i capi della resistenza, dopo aver atteso invano una risposta, danno l'ordine dell'insurrezione generale, Mussolini salutati gli ultimi fedeli, lascia Milano e parte in direzione di Como, assieme ai fascisti si trova il tenente Bizier con i suoi uomini, incaricato da Hitler di scortare Mussolini ovunque vada.
Durante il viaggio, il furgone di coda del convoglio, che trasportava valori e documenti riservatissimi e di particolare importanza politica e militare va in panne nei pressi di Garbagnate. L'equipaggio, tra cui Maria Righini cameriera personale di Mussolini, raggiunge Como con mezzi di fortuna. Vani risultano i tentativi di recupero effettuati nella notte. Il furgone sarà ritrovato la mattina seguente dai partigiani.
Alle 21:30 il capo del fascismo raggiunge la prefettura di Como. Il giorno precedente nella città comasca era arrivata anche la moglie Rachele con i figli Romano ed Anna Maria, ma Mussolini si rifiuta di incontrarli, limitandosi a scriver loro una lettera d'addio e a una telefonata con cui raccomanda alla moglie di portare i figli in Svizzera. Durante la notte insonne, febbrili incontri con le autorità locali demoliscono la possibilità di una sosta prolungata in città, considerata indifendibile. Rodolfo Graziani consiglia di ritornare a Milano, la maggior parte, in particolar modo Guido Buffarini Guidi e Angelo Tarchi, spingono per entrare in Svizzera, anche in maniera illegale. Su indicazione del federale di Como Paolo Porta, si sceglie di proseguire verso Menaggio.
Verso le quattro del mattino del 26 aprile cercando invano di eludere la sorveglianza tedesca, il convoglio fascista abbandona precipitosamente Como muovendosi verso nord, costeggiando il lato occidentale del lago di Como lungo la strada regina e giungendo a Menaggio verso le cinque e trenta senza problemi.
L'edizione del 26 aprile del Corriere della Sera, esce dedicando la sua prima pagina all'insurrezione di Milano contro i nazifascisti e riportando, sempre nella stessa pagina, la notizia dell'abbandono di Milano col titolo: "Mussolini scompare da Milano dopo drammatiche tergiversazioni".
A Menaggio proseguono le discussioni e le riunioni sul da farsi, mentre continuano ad arrivare nel centro lariano importanti personalità fasciste e la notizia presto si diffonde. Rodolfo Graziani spinge per tornare indietro, non ascoltato si congeda e fa ritorno verso Como. Anche Alessandro Pavolini ritorna sui suoi passi, per raccogliere e far convergere su Menaggio i militari arrivati a Como; nel viaggio sarà attaccato da una formazione partigiana rimanendo lievemente ferito. Molti vogliono sconfinare in Svizzera, prendendo la via di Porlezza e di là a Lugano. Si sceglie di allontanarsi da Menaggio e di temporeggiare. Alla partenza, improvvisa per cercare di liberarsi dell'oppressiva presenza della gendarmeria tedesca, il convoglio devia ad ovest in Val Menaggio, per giungere a Cardano, frazione del piccolo comune di Grandola ed Uniti, presso la caserma della 53ª compagnia della Milizia Confinaria con sede all'albergo Miravalle. A Cardano Mussolini è raggiunto dall'amante Clara Petacci accompagnata dal fratello, e dalla scorta tedesca che aveva ricevuto l'ordine da Hitler di scortarlo verso la Germania. Qui apprende che a Chiavenna un aereo da trasporto sarebbe pronto al decollo per portarlo in salvo in Baviera. A Grandola è raggiunto anche da Vezzalini, capo della provincia di Novara e dal maggiore Otto Kinsnatt della Waffen-SS, diretto superiore del tenente Fritz Birzer, proveniente dal lago di Garda. In serata arriva la notizia che i ministri Guido Buffarini Guidi, Angelo Tarchi e il vicecommissario della prefettura di Como, Domenico Saletta, che tentavano l'espatrio forzando la dogana, sono stati arrestati proprio a Porlezza dai partigiani. Nel frattempo la radio annuncia che anche Milano è stata completamente liberata e che i responsabili della disfatta nazionale, trovati con le armi in mano saranno puniti con la pena di morte. Nell'impossibilità di proseguire in quella direzione e constatata l'indifendibilità della piccola guarnigione da un eventuale attacco partigiano, si torna a Menaggio. Nella notte arriva Pavolini, senza i numerosi contingenti sperati, ma con soli sette o otto militi della GNR.
Nella notte, insieme a Pavolini, giunge a Menaggio un convoglio militare tedesco in ritirata composto da trentotto autocarri e da circa duecento soldati della FlaK, la contraerea tedesca, al comando del capitano Hans Fallmeyer diretto a Merano attraverso il passo dello Stelvio. Mussolini con i gerarchi fascisti e le rispettive famiglie al seguito, decide di aggregarvisi. La colonna, lunga circa un chilometro, alle cinque del mattino parte da Menaggio, ma alle sette, appena fuori dall'abitato di Musso, viene fermata ad un posto di blocco delle Brigate Garibaldi; dopo una breve sparatoria, e in seguito a lunghe trattative, i tedeschi ottengono il permesso di poter proseguire a condizione che venga effettuata un'ispezione, e che siano consegnati tutti gli italiani presenti nel convoglio, nel sospetto che vi fosse il Duce con qualche gerarca in fuga. Mussolini, su consiglio del capo della sua scorta SS, il sottotenente Fritz Birzer, indossa un cappotto e un elmetto da sottufficiale della Wehrmacht, si finge ubriaco e sale sul camion numero 34 della Flak, occultandosi in fondo al pianale, vicino alla cabina di guida, ricoperto da una coperta militare. A nessun altro italiano sarà concesso di tentare di seguire nascostamente Mussolini nel convoglio.
Intanto, durante l'attesa in cui si svolgevano le trattative, Ruggero Romano con il figlio Costantino, Ferdinando Mezzasoma, Paolo Zerbino, Augusto Liverani, Nicola Bombacci, Luigi Gatti, Ernesto Daquanno, Goffredo Coppola e Mario Nudi si consegnano al parroco don Enea Mainetti, nella canonica di Musso, che li affiderà ai partigiani. Il sacerdote venne a conoscenza della presenza di Mussolini nella colonna e ne diede comunicazione a "Pedro".
Como rappresentava per Mussolini una meta che offriva diverse possibilità:
Como e la sponda occidentale del suo lago rappresentava una zona marginale relativamente protetta e con una presenza partigiana limitata. Qui era possibile trovare un rifugio sicuro ed appartato e nascondersi sino a quando gli Alleati, al loro arrivo, avrebbero scoperto il nascondiglio e quindi era possibile consegnarsi a loro con garanzie. Secondo la testimonianza del prefetto di Como Renato Celio, questa era l'obiettivo primario o punto di passaggio per raggiungere la Valtellina dove già da alcune settimane Alessandro Pavolini prospettava di costituire un estremo baluardo di resistenza, il ridotto alpino repubblicano e dove erano affluiti tremila uomini del generale Onori ed erano attesi ancora mille uomini del maggiore Vanna. L'idea però era osteggiata oltre che dai vertici militari tedeschi, anche dal generale Niccolò Nicchiarelli comandante della GNR e dal ministro Rodolfo Graziani, o alternativamente sembrava possibile costituire nella città lariana un estremo baluardo di difesa, facendo convergere su di essa tutte le forze residue e resistere a oltranza per trattare poi “in extremis” con gli Alleati al loro arrivo. Infatti a Como si concentrarono numerose formazioni provenienti dalle zone circostanti, condotte da Alessandro Pavolini. L'afflusso durò tutta notte e parte della mattinata. Alcune fonti parlano di quarantamila fascisti, mentre Giorgio Bocca riduce il numero dei militi a soli 6.000-7.000 uomini che, peraltro in giornata, si dispersero dopo che il Duce decise di abbandonarli, sciogliendo dalla fedeltà al giuramento i suoi fedeli e partendo di nascosto con i ministri alle 3 del mattino.
Infine la vicinanza con la Svizzera poteva offrire una estrema possibile via di fuga, anche se Mussolini aveva sempre detto di rifiutare questa possibilità, consapevole che le autorità svizzere, fin dall'estate 1944, avevano rifiutato la richiesta d'ingresso nel loro paese ai gerarchi fascisti ed ai loro familiari. In Svizzera era possibile poi concretizzare trattative con diplomatici americani, attraverso l'intermediazione del console spagnolo a Berna, oppure come meta momentanea per poi raggiungere la Spagna. Il Duce che giallo di livore e di paura tentava di varcare la frontiera svizzera è stato arrestato è la prima immagine denigratoria che non sembra corrispondere alla verità. Le testimonianze degli accompagnatori italiani superstiti di quei giorni riferiscono concordemente del rifiuto di Mussolini ad espatriare.
Verso le ore 15 del 27 aprile, durante l'ispezione della colonna tedesca in piazza a Dongo, viene però riconosciuto dal partigiano Giuseppe Negri e prontamente disarmato del mitra e di una pistola Glisenti, arrestato e preso in consegna dal vicecommissario di brigata Urbano Lazzaro "Bill" che lo accompagna nella sede comunale, dove gli viene sequestrata la borsa di cui era in possesso.
Tutti gli altri componenti al seguito vengono arrestati: si tratta di più di cinquanta persone, più le mogli e i figli al seguito. Tra di essi la maggior parte dei membri del governo repubblicano, più alcune personalità politiche, militari e sociali accompagnati dai loro familiari. Qualcuno si consegna spontaneamente, altri tentano di comprarsi una possibilità di fuga offrendo ingenti somme e valori alla popolazione locale. Gli occupanti di un'autoblindo cercano di resistere ingaggiando una sparatoria, Pietro Corradori e Alessandro Pavolini fuggono buttandosi nel lago ma vengono ripresi e Pavolini rimane ferito. Il giorno seguente sedici di essi, tra gli esponenti più in vista del regime, saranno sommariamente fucilati sul lungolago di Dongo; tra gli altri, che rimangono agli arresti a Dongo e saranno trasferiti a Como, un'ulteriore decina di essi, in due notti successive, viene prelevata ed uccisa..
Il fermo della colonna motorizzata tedesca e il susseguente arresto di Mussolini e del suo seguito era stato effettuato dai partigiani della 52ª Brigata Garibaldi "Luigi Clerici", comandata da Pier Luigi Bellini delle Stelle, nome di battaglia “Pedro”. Il suo commissario politico era Michele Moretti “Pietro Gatti”, vice commissario politico Urbano Lazzaro “Bill” e il capo di stato maggiore Luigi Canali “Capitano Neri”. Tra i gerarchi al seguito del dittatore, furono arrestati anche Francesco Maria Barracu, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alessandro Pavolini, Ministro segretario del PFR, Ferdinando Mezzasoma, Ministro della Cultura Popolare, Augusto Liverani, Ministro delle Comunicazioni, Ruggero Romano, Ministro dei Lavori Pubblici, Paolo Zerbino, Ministro dell'Interno. Fu arrestato anche Marcello Petacci, fratello di Claretta, che a bordo di un'Alfa Romeo 1500 recante bandiera spagnola, seguiva il convoglio con la convivente Zita Ritossa, i figli Benvenuto e Ferdinando e la sorella. Esibendo un falso passaporto diplomatico spagnolo si dichiarava estraneo al convoglio, spacciandosi per diplomatico spagnolo. Anche Clara era in possesso di un passaporto spagnolo intestato a Donna Carmen Sans Balsells. Tra i fermati c'è anche la presunta figlia naturale del Duce, Elena Curti.
Nello stesso tempo, i prigionieri rimasti a Dongo, vengono interrogati e schedati dal "capitano Neri" e separati in tre gruppi distinti: Bombacci, Barracu, Utimpergher, Pavolini e Casalinuovo vengono anch'essi trasferiti a Germasino, i ministri rimangono rinchiusi nei locali del municipio e gli altri, autisti, impiegati, militari tra cui l'agente dei servizi segreti Rosario Boccadifuoco, distribuiti nell'ex caserma dei Carabinieri ed in case private. I Petacci, di cui non si era ancora scoperto la vera identità, vengono alloggiati all'albergo Dongo. La partigiana "Gianna", in collaborazione con l'impiegata comunale Bianca Bosisio, esegue l'inventario di tutti gli ingenti valori ed i beni sequestrati.
Decisioni del CLNAI a Milano [modifica]
Nel tardo pomeriggio del 27 aprile il brigadiere Antonio Scappin "Carlo" era riuscito a comunicare su ordine di "Pedro", telefonando attraverso una linea telefonica privata, la notizia dell'arresto a Milano. Una seconda comunicazione giunse alle 20.20, tramite fonogramma, con la quale si comunicava che Benito Mussolini si trovava sotto controllo a Germasino custodito da partigiani e Guardia di Finanza.
Già nella mattina del 25 aprile il CLNAI, riunitosi a Milano, aveva approvato un Decreto per l'amministrazione della giustizia ove, all'art. 5 si prevedeva che: “i membri del governo fascista e i gerarchi fascisti colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, d’aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del paese e di averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi con l’ergastolo”. Dello stesso tenore, il 19 aprile era stato emesso un Ultimatum "Sia ben chiaro per tutti che chi non si arrende sarà sterminato".
Con il diffondersi della notizia, giungeva al comando del CLNAI dal quartiere generale OSS di Siena un telegramma con la richiesta di affidamento al controllo delle forze delle Nazioni Unite di tutti i membri di governo della RSI, secondo la clausola numero 29 dell'armistizio lungo siglato a Malta da Eisenhower e dal maresciallo d'Italia Pietro Badoglio il 29 settembre 1943, che prevedeva espressamente che: "Benito Mussolini, i suoi principali associati fascisti e tutte le persone sospette di aver commesso delitti di guerra o reati analoghi, i cui nomi si trovino sugli elenchi che verranno comunicati dalle Nazioni Unite e che ora o in avvenire si trovino in territorio controllato dal Comando militare alleato o dal Governo italiano, saranno immediatamente arrestati e consegnati alle Forze delle Nazioni Unite". All'aeroporto di Bresso intanto si inviò un velivolo per prelevare il dittatore.
Tuttavia, non appena a conoscenza dell'arresto dell'ex capo del governo, il Comitato insurrezionale di Milano formato da Pertini, Valiani, Sereni e Luigi Longo, riunitosi alle ore 23.00 del giorno 27, decide di agire senza indugio e di inviare una missione a Como per procedere all'esecuzione di Mussolini; questo per aggirare il comportamento equivoco del generale Cadorna, diviso tra i doveri di comandante del CLN e di lealtà verso gli Alleati.
Walter Audisio, “colonnello Valerio”, ufficiale addetto al comando generale del CVL e Aldo Lampredi "Guido" ispettore del comando generale delle Brigate Garibaldi e uomo di fiducia di Luigi Longo vengono incaricati di eseguire la sentenza. Il generale Raffaele Cadorna, riluttante, per evitare che Mussolini cada nelle mani degli Alleati, rilascia il salvacondotto necessario; Audisio, inoltre, viene munito di un secondo lasciapassare in lingua inglese, firmato dall'agente dell'OSS americano Emilio Daddario. Contemporaneamente, peraltro, Cadorna provvedeva a contattare il tenente colonnello Sardagna rappresentante del CVL a Como, al fine di predisporre misure per recuperare Mussolini e trasferirlo in luogo sicuro.
Intanto alle 3 del mattino successivo, il servizio radio partigiano trasmette agli alleati un fonogramma a scopo depistaggio, nel quale si asserisce l'impossibilità della consegna di Mussolini, in quanto già processato dal Tribunale popolare e fucilato "nello stesso luogo ove precedentemente fucilati da nazifascisti quindici patrioti". Ci si riferiva alla Strage di Piazzale Loreto del 10 agosto 1944.
In attesa di decisioni in merito, e temendo per la sua incolumità, il comandante Bellini delle Stelle, intorno alle 18.30 del 27 aprile, trasferisce l'ex duce, insieme a Porta, nella caserma della Guardia di Finanza di Germasino, un paesino sopra Dongo. Prima di ritornare a Dongo "Pedro" riceve la richiesta da Mussolini di portare i saluti alla signora che accompagna il console spagnolo, senza ricevere indicazioni sulla sua vera identità. Dopo l'interrogatorio della signora, Bellini delle Stelle scopre che si tratta di Clara Petacci, che chiede di essere ricongiunta all'amante: il comandante acconsente.
Se al momento dell'arresto Mussolini sembrava oramai privo di energie, col passare delle ore manifesta invece una certa serenità. Già a Dongo rispondeva volentieri alle domande che gli venivano rivolte, a Germasino si intrattiene con i suoi custodi discutendo su temi di politica, sulla guerra e sulla resistenza. Prima di coricarsi alle 23.30, su richiesta dei partigiani di guardia, Mussolini sottoscrive questa dichiarazione: La 52a Brigata garibaldina mi ha catturato oggi, venerdì 27 aprile, sulla piazza di Dongo. Il trattamento usatomi durante e dopo la cattura è stato corretto. Mussolini. All'1.00 viene svegliato per essere trasferito di nuovo in un posto ritenuto più sicuro e, per non essere riconosciuto, gli viene fasciato il capo. Di nuovo a Dongo, Mussolini è riunito alla Petacci, su richiesta di quest'ultima; poi, i due prigionieri sono fatti salire su due vetture, con a bordo, oltre ai due autisti, anche Pedro, il Capitano Neri, Gatti, la staffetta Giuseppina Tuissi "Gianna" e i giovani partigiani Guglielmo Cantoni "Sandrino Menefrego" e Giuseppe Frangi "Lino" e condotti verso il basso lago.
La notizia del trasferimento a Germasino si era oramai diffusa rapidamente: i partigiani temevano un colpo di mano fascista per tentare di liberare Mussolini, o qualche tentativo da parte degli Alleati per impossessarsene. Si decise allora un ulteriore trasferimento in un luogo più distante. "Neri", d'accordo con "Pietro", è del parere di trasferire Mussolini in una baita a San Maurizio di Brunate, sopra Como. L'intenzione di "Pedro" è invece di porre in salvo Mussolini, essendo stato contattato dal tenente colonnello Sardagna, rappresentante del CVL a Como, su ordine del comandante generale Raffaele Cadorna, che aveva predisposto il traghettamento del prigioniero dal molo di Moltrasio sino alla villa dell'industriale Remo Cademartori a Blevio, sull'altra sponda del ramo comasco del Lario. Lungo la strada, tuttavia, dopo aver superato con difficoltà diciotto posti di blocco partigiani, ci si rende conto che è troppo rischioso procedere oltre e non è possibile raggiungere la meta prefissata. "Pedro" riesce quindi a convincere il gruppo a fermarsi a Moltrasio ma, giunti sul molo, non viene rinvenuta nessuna imbarcazione pronta ad accoglierli.. Intanto in lontananza, si odono echi di una nutrita sparatoria: si tratta di una prima avanguardia della 34a Divisione statunitense che sta entrando in città. Si decide quindi, su proposta di Canali, di ritornare sui propri passi e di trovare un sicuro rifugio alternativo. Intanto una decina di Jeep di un reparto agli ordini del Generale Bolty perlustrano la zona per cercare di assicurarsi la consegna di Mussolini.
Intorno alle ore 3.00 di notte del 28 aprile, Mussolini e la Petacci sono quindi fatti scendere dalle vetture ed alloggiare a Bonzanigo, una frazione di Mezzegra, presso la famiglia De Maria, conoscenti di lunga data del "capitano Neri" e di cui il capo partigiano si fida ciecamente. Il piantonamento notturno è effettuato dai partigiani Cantoni e Frangi, "Pedro" con l'autista Dante Mastalli ritorna a Dongo, mentre "Neri", "Gianna" e "Pietro" con l'autista "Carletto Scassamacchine" si dirigono verso Como.

MORTE DI MUSSOLINI

LA VERSIONE STORICA:

Alle 7 del mattino del 28 aprile, Valerio e Guido partirono dalla scuola di Viale Romagna di Milano, con il supporto di un plotone di quattordici partigiani, agli ordini del comandante Alfredo Mordini "Riccardo", ispettore politico della 3ª Divisione Garibaldi-Lombardia "Aliotta", e di Orfeo Landini "Piero". Giunto a Como, Audisio esibisce il lasciapassare di Cadorna al nuovo prefetto Virginio Bertinelli e al colonnello Sardagna, assicurando loro che avrebbe trasferito i prigionieri a Como e, in un secondo momento, a Milano. Trattenuto a Como fino alle 12.15 in cerca di un camion per il trasporto, Audisio si sposta a Dongo, dove giungerà alle 14.10. Lampredi e Mordini intanto, viste le difficoltà a reperire un mezzo di trasporto, abbandonano Audisio in prefettura e vanno a cercare aiuto nella sede comunista. Accompagnati da Mario Ferro e Giovanni Aglietto della federazione comasca del P.C.I. lasciano Como verso le 10 ed arrivano a Dongo poco dopo Audisio. Intanto giunsero da Como anche Oscar Sforni, segretario del CLN comasco e il maggiore Cosimo Maria De Angelis, responsabile militare del CLNAI per la zona di Como, inviati dal CLN comasco col compito di far rispettare le decisioni prese in mattinata e di trasportare Mussolini a Como. I due però, intralciando i propositi di "Valerio", saranno da questi fatti imprigionare e verranno rilasciati solo ad operazione conclusa.
A Dongo "Valerio" trova un ambiente difficile ed ostile, infatti i partigiani lariani temevano un colpo di mano dei fascisti per liberare i catturati. Si incontra con il comandante Pier Luigi Bellini delle Stelle comunicandogli di aver avuto l'ordine di fucilare Mussolini e gli altri prigionieri. "Pedro" però non intende collaborare acriticamente, protesta vivamente, ma dopo aver preso visione delle credenziali, e ritenendole sufficienti, è costretto ad ubbidire ad un ufficiale di grado superiore.
Alle 15.15 Walter Audisio "Valerio" invia "Pedro" a Germasino a prendere i prigionieri e, a sua insaputa, parte da Dongo con una Fiat 1100 nera in direzione di Bonzanigo, dove l'ex dittatore è tenuto prigioniero con la Petacci. Sono con lui Aldo Lampredi "Guido", Michele Moretti “Pietro”, che conosceva i carcerieri ed il luogo essendoci già stato la notte prima e l'autista Giovanni Battista Geninazza.
Moretti è armato di mitra francese MAS, calibro 7,65 lungo; Lampredi è armato di pistola Beretta modello 1934, calibro 9 mm. L'arma di Walter Audisio, un mitra Thompson, sarà successivamente riconsegnata al commissario politico della divisione partigiana dell'Oltrepò, Alberto Maria Cavallotti, senza essere stata utilizzata.
Le varie versioni dei fatti, fornite o riferite da Walter Audisio, pur differendo su particolari minori, descrivono la stessa meccanica dell'evento. L'ultima descrizione degli stessi, pubblicata postuma, a cura della moglie di Audisio, è sostanzialmente confermata dal memoriale di Aldo Lampredi, consegnato nel 1972 e pubblicato su "L'Unità" nel 1996.
Giulino di Mezzegra, il cancello di villa Belmonte, in via XXIV Maggio, sul muretto la croce indicante il luogo dove vennero uccisi Benito Mussolini e Clara Petacci.
Giunti a casa De Maria, sempre sorvegliata da "Sandrino" e "Lino", sollecitano Mussolini, trovato stanco e dimesso, e la Petacci a lasciare rapidamente l'abitazione. In strada i prigionieri sono fatti sedere nei sedili posteriori della vettura e vengono accompagnati nel luogo precedentemente scelto per l'esecuzione poco distante[56]: si tratta di un angusto vialetto, via XXIV Maggio a Giulino, in posizione assai riparata davanti a Villa Belmonte, una graziosa residenza di villeggiatura. Qui i due sono obbligati a scendere.
Moretti e Lampredi sono inviati a bloccare la strada nelle due direzioni, mentre a Mussolini viene fatto cenno di dirigersi verso il cancello. Sembra smarrito, Claretta piange. "Valerio" sospinge Mussolini verso l'inferriata e pronuncia la sentenza: "Per ordine del Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano" e, rivolgendosi a Claretta che si aggrappava all'amante: "Togliti di lì se non vuoi morire anche tu". Tenta di procedere nell'esecuzione ma il suo mitra si inceppa; Lampredi si avvicina, estrae la sua pistola, ma anche da questa il colpo non parte, chiama allora Moretti che, di corsa, gli porta il suo mitra. Con tale arma il "colonnello Valerio" scarica una raffica mortale di cinque colpi sull'ex capo del fascismo. La Petacci, postasi improvvisamente sulla traiettoria del mitra, è colpita ed uccisa per errore. Viene poi inferto un colpo di grazia al cuore di Mussolini con la pistola. Sul luogo dell'esecuzione furono poi rinvenuti proiettili calibro 7,65, compatibili con quelli del mitra francese del Moretti. Sono le ore 16.10 del giorno 28 aprile 1945.
L'edizione locale dell'Unità, il giorno seguente, riporta il fatto con questo titolo a tutta pagina: "Mussolini e i suoi accoliti giustiziati dai patrioti nel nome del popolo"; mentre l'edizione nazionale del 1º maggio riporta in prima pagina un'intervista col partigiano - di cui non viene fatto il nome - che "ha giustiziato il Duce", intitolata: "Da una distanza di 3 passi sparai 5 colpi a Mussolini".

L'IPOTESI INGLESE

Contatti segreti tra il duce ed emissari britannici erano avvenuti a Porto Ceresio (VA), presso il confine svizzero, il 21 settembre 1944 e il 21 gennaio 1945; inoltre, il testo delle intercettazioni telefoniche effettuate dai servizi segreti tedeschi a Salò, sulle conversazioni di Mussolini, suggeriscono l'esistenza di possibili accordi segreti e di uno scambio di lettere tra il dittatore italiano e il Primo ministro inglese Winston Churchill, anche se è ancora aleatorio definire il contenuto di tale carteggio. Il 27 aprile 1945, al momento della sua cattura, secondo le testimonianze di coloro che hanno dichiarato di averle ispezionate in quei giorni (partigiani, funzionari etc.) Mussolini aveva con sé una borsa piena di documenti contenente, tra l'altro, parte della sua corrispondenza con Churchill, ma di cui non è stata accertata la datazione. Nell'immediato dopoguerra, Churchill e i servizi segreti britannici, peraltro, si sarebbero mossi per recuperare tutte le copie di tale carteggio.
Alla scomparsa successiva all'arresto di Mussolini di tali documenti particolarmente segreti, divenuti noti come il "carteggio Churchill-Mussolini", si ricollegherebbe una versione sull'uccisione del capo del fascismo di cui al memoriale dell'ex comandante della divisione partigiana formata dalla 111ª, 112ª e 113ª Brigata Garibaldi, Bruno Giovanni Lonati “Giacomo”. In tale pubblicazione, uscita nell'autunno 1994 quasi cinquant'anni dopo i fatti, l'autore scrive di essere stato l'autore dell'uccisione di Mussolini, il 28 aprile 1945, poco dopo le ore 11, in una stradina laterale di fronte casa De Maria, a Bonzanigo di Mezzegra, nell'ambito di una missione segreta diretta da un agente inglese. Lo scopo della missione sarebbe stato quello di impedire la diffusione del contenuto del carteggio, recuperandolo e sopprimendo Mussolini e Claretta Petacci, essendo quest'ultima perfettamente informata sull'esistenza di tali rapporti.
In base a tale versione dei fatti, Lonati sarebbe stato contattato dal un agente inglese il giorno precedente a Milano alle ore 16 e, per lo svolgimento della missione, avrebbe costituito una squadra composta da altri tre partigiani. Il “commando” sarebbe stato messo a conoscenza del luogo esatto ove si trovavano i prigionieri, intorno alle ore otto del mattino del giorno 28, grazie a un altro agente, detto “l’alpino”, posizionato a Tremezzo. Dopo una sparatoria per superare un posto di blocco nei pressi di Argegno, ove uno dei tre partigiani del “commando” avrebbe perso la vita, la squadra sarebbe giunta a Bonzanigo e avrebbe avuto facilmente ragione dei guardiani della coppia. L'esecuzione sarebbe stata effettuata con mitra Sten. Il carteggio Churchill-Mussolini non poté essere recuperato, ma, dopo aver effettuato alcune foto ai cadaveri, l'agente inglese avrebbe concordato il silenzio di Lonati e dei due partigiani superstiti per altri cinquant'anni. Per tale motivo Lonati avrebbe scritto il suo memoriale solo nel 1994. Nel frattempo, nel 1982, Lonati si sarebbe recato dal console inglese a Milano, il quale gli avrebbe anche mostrato le foto scattate a suo tempo dall'agente segreto “John” e avrebbe approvato il testo di una dichiarazione da spedire a Lonati allo scadere dei cinquant'anni, a conferma di tale versione dei fatti.
Tale versione è stata accreditata da Peter Tompkins, scrittore ed ex agente segreto americano e dallo storico Luciano Garibaldi.
Questa ricostruzione è avvalorata dalle seguenti circostanze:
È documentato da registrazioni telefoniche e dalla corrispondenza intercorsa tra Mussolini e la Petacci, che quest'ultima era effettivamente al corrente dei contatti tra Churchill ed il capo del fascismo e del carteggio segreto.
È stata individuata la presenza in loco, ai primi di maggio del 1945, di un misterioso agente in uniforme da alpino, sicuramente in contatto con spie inglesi e probabilmente anche con la partigiana Giuseppina Tuissi “Gianna”, una delle poche persone a conoscenza della prigione di Mussolini e della Petacci, prima dell'esecuzione.
È stato effettivamente testimoniato il verificarsi di una sparatoria con morti tra un posto di blocco di partigiani e una macchina, ad Argegno, la mattina del 28 aprile.
L'orario antimeridiano dell'uccisione, secondo la versione Lonati, è coerente con la circostanza, rilevata in sede di autopsia, che lo stomaco di Mussolini fosse privo di resti di cibo.
La testimonianza di Dorina Mazzola, che ha dichiarato che Mussolini e la Petacci furono uccisi a Bonzanigo e non a Giulino di Mezzegra in orario antimeridiano del 28 aprile 1945 è abbastanza coerente, anche se non coincide perfettamente, con quanto affermato da Lonati. La Mazzola ricordava anche un uomo che aveva a tracolla “una lussuosa macchina fotografica”.
Luigi Longo, comandante in capo di tutte le brigate Garibaldi, secondo Tompkins, sarebbe giunto sul posto subito dopo la duplice uccisione, avrebbe architettato una “finta fucilazione” e la versione dell'uccisione “per errore” della Petacci, per poi legare al segreto per cinquant'anni tutti i partigiani presenti. A tal proposito non si può non tener conto della ricostruzione di Urbano Lazzaro, il partigiano “Bill”, vice commissario politico della colonna partigiana autrice della cattura, nella quale si dichiara che il personaggio presentatosi a Dongo il 28 aprile 1945, con il nome di battaglia di “Colonnello Valerio” fosse proprio Luigi Longo e non Walter Audisio, come comunemente si sostiene.
La versione di Bruno Lonati è tuttavia contraddetta, oltre che dalla versione ufficiale dei fatti, di cui è cenno in premessa:
Dall'autopsia effettuata a Milano il 30 aprile 1945, dal prof. Caio Mario Cattabeni, che ha rilevato almeno sette fori di entrata di proiettili sul corpo di Benito Mussolini, mentre Lonati ha affermato di aver sparato non più di quattro o cinque colpi.
Dagli ulteriori esami effettuati dal prof. Pierluigi Baima Bollone sulle fotografie dei cadaveri sospesi al traliccio di Piazzale Loreto, che attesterebbero non solo l'esistenza di una raffica di mitra sui due corpi, ma anche l'effettuazione del colpo di grazia a mezzo pistola.
Dal rilevamento di due proiettili da pistola, calibro 9 mm corto, nel corpo di Claretta Petacci, nel corso della riesumazione effettuata il 12 aprile 1947, incompatibile con i proiettili del mitra Sten calibro 9 mm lungo, che il Lonati asserisce fosse imbracciato dall'esecutore dell'omicidio.
Dalla circostanza che, in realtà, i partigiani incaricati a sorvegliare Mussolini e la Petacci, in casa De Maria furono soltanto due ("Lino" e "Sandrino), mentre invece Lonati racconta che il suo "commando" ne avrebbe immobilizzati tre, prima di effettuare la duplice uccisione;
Dal parere dell'anatomopatologo Luigi Baima Bollone che non ritiene decisiva la circostanza della mancanza di cibo nello stomaco di Mussolini, in rapporto alla determinazione dell'orario dell'esecuzione.
Dal silenzio dell'ambasciata britannica più volte interessata dallo stesso Lonati per la conferma della sua versione, una volta scaduti i cinquant'anni dai fatti.
Dal rifiuto di rilasciare dichiarazioni a suo favore, da parte dell'unico partigiano del "commando", ancora vivente all'epoca della trasmissione trasmessa dal canale televisivo "Rai Tre" nel programma "Enigma", del 31 gennaio 2003.
Dal responso negativo della “macchina della verità”, cui si è sottoposto il Lonati stesso nel corso della trasmissione suddetta.

DIVERSE VERSIONI

Oltre alla versione storica e all'ipotesi inglese, sono sorte, negli anni, differenti versioni della duplice uccisione.

Il 22 ottobre 1945, ancor prima che si fosse formata la "versione storica" dei fatti, il partigiano Guglielmo Cantoni "Sandrino", uno dei due militanti che il 28 aprile 1945 avevano piantonato Mussolini e la Petacci in casa De Maria, rilasciava un'intervista al Corriere d'Informazione. "Sandrino" dichiarava alla stampa di aver seguito a piedi la squadra degli esecutori e delle vittime della fucilazione, e di esser giunto nei pressi di Villa Belmonte in tempo per vedere “Valerio” sparare un paio di colpi di pistola contro l’ex duce, il quale era rimasto inaspettatamente in piedi; la raffica di mitra, che, secondo l’intervistato, avrebbe investito sia Mussolini che la Petacci, sarebbe stata inflitta da Michele Moretti, intervenuto subito per risolvere l’impasse. Successivamente lo stesso "Valerio" avrebbe sparato altri due colpi di pistola, sul corpo dell'uomo, che si muoveva ancora.

Altre versioni alternative sono frutto dell'attestazione del prof. Cattabeni, in sede di necroscopia del 30 aprile 1945, relativa all'assenza di residui di cibo nello stomaco di Mussolini; da ciò la deduzione che il duplice omicidio si sarebbe verificato in orario antimeridiano e l'ipotesi che poco dopo le ore 16.00 del 28 aprile si sarebbe svolta una “finta fucilazione” di due cadaveri. Il primo studioso a delineare una simile tesi è stato Franco Bandini, nel 1978.

Nel 1993, lo storico Alessandro Zanella, sostenne che la duplice uccisione sia avvenuta intorno alle ore 5.30 del 28 aprile, all'interno o nei paraggi di casa De Maria, ad opera di Luigi Canali "Neri", Michele Moretti "Gatti" e Giuseppe Frangi "Lino". Quest'ultima versione si avvale di uno studio prodotto dal dr. Aldo Alessiani, medico giudiziario della magistratura di Roma, nel quale si attesta, in base all'esame delle foto scattate dalle ore 11.00 alle 14.00 circa del 29 aprile sui cadaveri appesi al traliccio di Piazzale Loreto, che Mussolini e la Petacci fossero morti da circa trentasei ore, e cioè ben prima delle ore 16.00 del 28 aprile 1945. Anche la cosiddetta “pista inglese” di cui è cenno nella precedente sezione, presuppone un'esecuzione in orario antimeridiano, anche se intorno alle 11.00.

Nel 1996 si è affiancata a quella del Bandini e di Zanella, un'altra ipotesi di uccisione antimeridiana, proposta dal giornalista ed ex senatore del MSI Giorgio Pisanò, a seguito delle dichiarazioni rilasciate da Dorina Mazzola, vicina di casa dei De Maria, all'epoca dei fatti diciannovenne. Quest'ultima avrebbe testimoniato di aver assistito, sia pur da distanza di circa duecento metri, ad un diverbio con urla e spari verso le 9.00 del mattino del 28 aprile, provenienti dal cortile di casa De Maria, nel quale avrebbe notato una persona calva e in maglietta che camminava a fatica nel cortile; subito dopo la Mazzola avrebbe sentito una serie di colpi isolati e poi le urla della Lia De Maria e di un'altra donna. Inoltre, verso le ore 12.00, la Mazzola avrebbe assistito ad una scena analoga, ove, però, l'uomo calvo era trascinato a spalla da due persone, e, contemporaneamente si sarebbe udita prima una donna in lacrime, poi un'ultima raffica di mitra.

Nel 2005, Pierluigi Baima Bollone, ordinario di Medicina legale nell'Università di Torino, effettuò un riesame della necroscopia del 1945 sul cadavere dell'ex duce, e uno studio computerizzato sulle fotografie e sulle riprese cinematografiche dei corpi sospesi al traliccio di Piazzale Loreto e sul tavolo dell'obitorio di Milano, sulle armi impiegate e i bossoli rinvenuti, nonché sulle cartelle cliniche di Mussolini in vita.
Tale indagine ha condotto l’anatomopatologo torinese ad affermare che la circostanza della mancanza di cibo nello stomaco di Mussolini non sarebbe determinante in rapporto alla individuazione dell’orario dell’uccisione, in quanto risulta senza ombra di dubbio che il capo del fascismo fosse sofferente di ulcera ed osservasse da anni una dieta tale da permettere al suo stomaco di svuotarsi del cibo in un paio d’ore circa. Inoltre il docente universitario smentisce lo studio del dr. Alessiani, sostenendo che al momento dello scatto delle foto e delle riprese in Piazzale Loreto, la rigidità del corpo dell’ex duce fosse ancora nella fase iniziale, a dimostrazione di un orario del decesso non anteriore alle 16.00-16.30 del giorno precedente, coincidente con quello della versione ufficiale fornita da Walter Audisio.
Inoltre, sulla base del posizionamento dei fori di entrata e di uscita nei due cadaveri, rilevata in base alle foto delle salme e alla necroscopia Cattabeni, il prof. Baima Bollone riterrebbe logico presumere che “l’azione determinante i due decessi sia stata effettuata da due tiratori, dei quali il primo posto frontalmente al bersaglio costituito dalla Petacci e da Mussolini, affiancati e leggermente sopravanzatisi l’una all’altro, e il secondo lateralmente”. Quest’ultima asserzione, pur non entrando nel merito dell'identificazione dei due tiratori, sembra avvalorare la meccanica della vicenda riportata nelle dichiarazioni del partigiano “Sandrino” al Corriere d'Informazione, nel 1945.

Infine, nel 2009, i ricercatori Cavalleri, Giannantoni e Cereghino, effettuarono un attento esame dei documenti dei servizi segreti americani degli anni 1945 e 1946, desecretati dall'amministrazione Clinton. Dall'esame dei tre ricercatori sono emersi due rapporti segreti dell'agente dell'OSS Valerian Lada-Mokarski, il primo datato ai primi di maggio del 1945 ed il secondo il 30 maggio 1945. L'agente americano, dopo aver ascoltato il resoconto di alcuni "testimoni oculari", indica esattamente orario e luogo della fucilazione (poco dopo le ore 16.00 del 28 aprile 1945, davanti a Villa Belmonte a Giulino di Mezzegra) esattamente coincidenti con quelli derivati dalla versione storica. I due rapporti, peraltro, non sono perfettamente chiari per quanto riguarda l'identificazione degli autori.
Secondo il rapporto del 30 maggio - più esauriente del precedente - la fucilazione sarebbe stata condotta da tre uomini: un "capo partigiano", (che gli autori della ricerca hanno identificato in Aldo Lampredi), un uomo in vestito civile (identificato dall'agente OSS nel "colonnello Valerio"), e un uomo in divisa da partigiano (Michele Moretti). I colpi sparati dal "civile", armato di revolver, avrebbero raggiunto obliquamente Mussolini sulla schiena e, subito dopo, l'uomo in divisa da partigiano gli avrebbe sparato direttamente al petto con un mitra. Poi sarebbe stata la volta della Petacci, raggiunta da diversi colpi al petto. Il precedente rapporto dei primi di maggio, tuttavia, non descrive il "colonnello Valerio" come indossante un vestito civile, ma una divisa da partigiano color mattone con i gradi di colonnello sulla bustina. Ciò è conforme con tutte le descrizioni di Audisio-"Valerio", comunemente fornite dai testimoni.
Il rapporto del 30 maggio, inoltre, conclude che, in un secondo momento, sarebbe intervenuto nell'esecuzione un partigiano locale (identificato in Luigi Canali, accreditato dall'agente statunitense come uno dei suoi confidenti), il quale, dopo esser stato fatto avvicinare dal "capo partigiano", avrebbe scaricato due ultimi colpi con la sua pistola sul corpo del duce, perché ancora vivo. L'introduzione di un terzo "tiratore" nella vicenda, contrasta con la meccanica dell'azione emersa dai rilievi del prof. Baima Bollone.

Lo scrittore Alberto Bertotto e la figlia naturale di Mussolini, Elena Curti, sostengono che il duce, mentre era a letto nella casa dei De Maria a Bonzanigo, ormai convinto della fine, avesse ingerito del cianuro tramite una capsula incastrata sotto un dente (mancante nell'autopsia) e datagli da Hitler. Fu trovato dalla Petacci che si mise a gridare e accorsi i due guardiani, i partigiani Giuseppe Frangi, “Lino”, e Guglielmo Cantoni, “Sandrino” si resero conto della situazione trovandolo in fin di vita. Frangi avrebbe allora finito l'incosciente Mussolini, successivamente trascinato fuori e colpito ancora. La Petacci venne uccisa con una raffica alla schiena. L'esecuzione a Giulino da parte di Audisio, sarebbe soltanto una messinscena. I colpi di arma da fuoco sarebbero stati inferti infatti mentre Mussolini era a torso nudo e non vestito con la giacca che aveva mentre portavano il corpo a Piazzale Loreto.

WALTER AUDISIO, "COLONNELLO VALERIO"

Walter Audisio era al tempo ufficiale addetto al Comando generale delle Brigate d'assalto Garibaldi e a quello del CVL. Essendo noto solo negli ambienti di militanza e non avendo mai dato modo di parlare di sé, non fu inizialmente identificato come l'uccisore di Mussolini: le cronache infatti, riferivano che l'ex duce era stato fucilato dal "colonnello Valerio", senza conoscerne l'esatta identità. La sua figura emerse direttamente, con riferimento a questi fatti, solo nel marzo 1947, quando il quotidiano "L'Unità", organo del PCI, di cui Audisio fu poi deputato, diede notizia del suo coinvolgimento.
Nel volume "In nome del popolo italiano", uscito postumo, Audisio sostenne che le decisioni prese nel primo pomeriggio del 28 aprile a Dongo, nell'incontro con il comandante della 52ª Brigata, Bellini delle Stelle, fossero equivalenti ad una sentenza emessa da un organismo regolarmente costituito ai sensi dell'art. 15 del documento del CLNAI sulla costituzione dei tribunali di guerra. Non tutti sono d'accordo con questa interpretazione in quanto, nell'occasione, mancava la presenza di un magistrato e di un commissario di guerra. Dell'intera questione si occupò anche la magistratura penale ordinaria, investita dal giudice civile, cui si erano rivolti i familiari dei Petacci e di Pietro Calistri per risarcimento danni. Nei confronti di Audisio, all'epoca parlamentare, l'apposita Giunta concesse l'autorizzazione a procedere. Il processo si chiuse definitivamente il 7 luglio 1967, quando il giudice istruttore assolse il "colonnello Valerio" dall'accusa di omicidio volontario pluriaggravato, appropriazione indebita e vilipendio di cadavere, perché i fatti erano avvenuti nel corso di una azione di guerra partigiana per la necessità di lotta contro i tedeschi ed i fascisti nel periodo della occupazione nemica e come tali non furono ritenuti punibili.
Alcuni autori hanno identificato la figura del "colonnello Valerio" con Luigi Longo "Gallo", comandante generale delle Brigate Garibaldi e futuro segretario nazionale del P.C.I.. In realtà la presenza di Longo a Mezzegra al momento della fucilazione di Mussolini, avvenuta intorno alle ore 16.00, deve escludersi, dato che, come è confermato dalle numerose fotografie dell'evento che lo ritraggono, nel corso del pomeriggio del 28 aprile 1945, il medesimo era presente in Piazza Duomo a Milano alla manifestazione conclusiva della grande sfilata, partita alle ore 15.00, dei garibaldini della Valsesia e della Valdossola guidati da Cino Moscatelli. Nel caso che Mussolini fosse stato ucciso la mattina attorno alle 9:00, Longo potrebbe essere arrivato a Milano in tempo per incontrare Moscatelli il pomeriggio.
La sostenibilità dell'identificazione di "Valerio" con Longo, pertanto, è possibile solo anticipando la fucilazione nella tarda mattinata del 28 aprile e introducendo l'ulteriore tesi di una seconda fucilazione dei cadaveri nel pomeriggio; anche in tal caso, inoltre, non sarebbe chiara l'identità dell'autore della seconda fucilazione delle 16.00-16.30 e, soprattutto, di colui che, tra le 17.00 e le 18.00 del pomeriggio medesimo si è ripresentato a Dongo, come "colonnello Valerio", per fucilare i quindici prigionieri catturati insieme all'ex duce e alla Petacci. Né si comprende per quale motivo il partigiano Urbano Lazzaro "Bill", colui che arrestò Mussolini il pomeriggio del 27 aprile, si sia pronunciato a favore dell'identificazione di "Valerio" con Longo soltanto a partire dal 1993 e non abbia testimoniato ciò al processo del 1957, di cui è cenno in premessa.
All'udienza del 24 maggio 1957, inoltre, i componenti del CLN Oscar Sforni e Cosimo De Angelis, hanno confermato che a Como, nella tarda mattinata del 28 aprile 1945, un comandante partigiano si era presentato come "colonnello Valerio", e che poi lo seguirono a Dongo, dove lo raggiunsero intorno alle 14.00-14.10. Anche anticipando la fucilazione di Mussolini - dunque - nella tarda mattinata del 28 aprile il "colonnello Valerio" non poteva trovarsi a Mezzegra.
Nell'intervista al Corriere d'Informazione del 22 ottobre 1945, il partigiano Guglielmo Cantoni "Sandrino", dichiarò di aver visto il “colonnello Valerio” sparare a Benito Mussolini con una pistola, senza rivelarne l'identità. È appurato, peraltro, che, al momento dell'esecuzione, il possessore di un'arma simile – ed esattamente una pistola Beretta modello 1934, calibro 9 mm fosse Aldo Lampredi e non Walter Audisio, che invece imbracciava un mitra Thompson[54].
Anche il rapporto segreto datato 30 maggio 1945 dell'agente dell'OSS Valerian Lada-Mokarski, sembrerebbe indicare il “colonnello Valerio” nella persona di Aldo Lampredi, raffigurandolo in un uomo in vestito civile, armato di revolver. Aldo Lampredi, infatti – come riferiscono concordemente le testimonianze raccolte a Milano, a Como e a Dongo - il 28 aprile 1945 indossava un impermeabile bianco, mentre Walter Audisio aveva indosso una divisa da partigiano color kaki o rosso-mattone con i gradi di colonnello.
L’ipotesi che a uccidere Mussolini sia stato Aldo Lampredi e non Walter Audisio è stata addotta nel 1997 da Massimo Caprara, nel volume “Quando le Botteghe erano oscure”, pur senza citare il nome di battaglia dell’autore dell’esecuzione. Caprara, già segretario particolare di Palmiro Togliatti e in seguito uscito dal PCI per fondare il gruppo del “Manifesto”, dichiara di aver raccolto, in proposito, le confidenze dello stesso Togliatti e di Celeste Negarville, all’epoca direttore dell’Unità. A domanda, sembra che Togliatti abbia risposto al suo segretario: “No, non è lui (Audisio, n.d.r.). Abbiamo deciso di coprire l’autore dell’esecuzione di Mussolini. L’uomo che ha sparato è Lampredi”.
Successivamente Negarville confermò l’attribuzione dell’esecuzione a Lampredi, svelando anche i retroscena dell’insabbiamento: “(Togliatti) si premurò d’una cosa soprattutto: proteggere il funzionario kominternista che è Lampredi. Non solo sottraendolo alla curiosità della gente, ma salvandolo da una auto-esaltazione che avrebbe potuto travolgerlo: sentirsi all’improvviso il vendicatore-eroe, dopo una vita grigia e ingrata. Lui ha sparato a Mussolini. Con la Petacci non c’entra. Si limitò a prelevare Mussolini da casa De Maria e a portarlo con lo stivale rotto fino al cancello di Villa Belmonte. Queste cose le riferì a Luigi Longo il responsabile di partito per tutta l’operazione: Dante Gorreri”.

LA FUCILAZIONE DEI GERARCHI

Partito da Giulino, verso le ore 17:00 del 28 aprile Valerio è a Dongo per dirigere la fucilazione degli altri gerarchi fascisti che nel frattempo erano stati radunati nel municipio. I nominativi erano stati indicati da "Valerio" stesso prima di partire per la Tremezzina osservando la lista dei prigionieri italiani catturati dalla 52ª Brigata Garibaldi "Luigi Clerici". Si tratta di:
Alessandro Pavolini, Ministro segretario del PFR
Francesco Maria Barracu, colonnello, sottosegretario alla presidenza del Consiglio
Ferdinando Mezzasoma, Ministro della Cultura Popolare
Augusto Liverani, Ministro delle Comunicazioni
Ruggero Romano, Ministro dei Lavori Pubblici
Paolo Zerbino, Ministro dell'Interno
Luigi Gatti, ex prefetto di Milano, segretario di Mussolini
Paolo Porta, federale di Como
Idreno Utimpergher, comandante della brigata nera di Empoli
Nicola Bombacci, tra i fondatori del Partito Comunista d'Italia (1921), poi aderente al fascismo
Pietro Calistri, capitano pilota dell'Aeronautica Nazionale Repubblicana
Goffredo Coppola, rettore dell'Università di Bologna
Ernesto Daquanno, giornalista, direttore della Agenzia Stefani
Mario Nudi, impiegato della Confederazione fascista dell'Agricoltura e "moschettiere del Duce"
Vito Casalinuovo, colonnello della GNR, ufficiale d'ordinanza di Mussolini.
Ad essi va aggiunto anche Marcello Petacci, che al momento dell'arresto si spacciava per console spagnolo. Valerio, conoscendo il castigliano, a differenza di Audisio che non andò mai in Spagna perché confinato a Ventotene (Bernini: "Il giustiziere di Dongo"), aveva smascherato subito il millantatore e, scambiandolo per Vittorio Mussolini aveva ordinato la sua fucilazione. Però Urbano Lazzaro "Bill", scoprendo finalmente la sua vera identità, l'aveva sospesa.
Venuto a conoscenza dei modi sbrigativi del Colonnello Valerio, il sindaco del paese avvocato Giuseppe Rubini, figlio di Giulio Rubini, protesta fortemente opponendosi e cercando di porre il veto. Non riuscendo ad ottenere risposta dà le dimissioni, ritira dalla finestra del municipio la bandiera esposta e si rinchiude in casa.
I giustiziandi vengono allineati contro la ringhiera metallica del lungolago del paese, con il viso verso il lago e le spalle al plotone d'esecuzione e, dopo aver ricevuto una comune assoluzione da padre Ferrari Accursio del vicino santuario francescano della "Madonna delle lacrime", a cui "Valerio" ha concesso tre minuti per fornire i conforti religiosi ai condannati, vengono giustiziati alle ore 17:48 (testimonianza Rubini).
Viene respinta la richiesta di Barracu di non essere fucilato alla schiena, il plotone di esecuzione è comandato da Alfredo Mordini "Riccardo", già combattente garibaldino nella guerra civile spagnola.
Il numero dei fucilati eguaglia quello dei partigiani, che, per rappresaglia, il 10 agosto 1944, i tedeschi avevano fatto fucilare dai fascisti ed esporre al pubblico in Piazzale Loreto a Milano, ciò dimostrerebbe l'intenzione di voler vendicare quella strage, (anche se in realtà, con Mussolini, Clara e Marcello Petacci, gli uccisi furono 18).
Terminata la fucilazione, a seguito di alcuni gerarchi che non erano stati colpiti, da ogni parte si comincia a fare fuoco sui corpi a terra e per aria, un paio di minuti di baccano infernale: spari, urla, fuggi fuggi, odore di zolfo e di sangue, qualcuno rimane ferito, terminati i quali nel silenzio,sono sparati i colpi di grazia.
Marcello Petacci è stato ucciso dopo gli altri, perché i gerarchi non lo consideravano dei loro. Anzi, al momento dell'allineamento, lo insultarono dicendo che era un "ruffiano" e chiesero un'esecuzione separata, richiesta che venne accettata. Però, arrivato il suo turno, riuscì a fuggire e a gettarsi nelle fredde acque del lago dove venne raggiunto da una pioggia di proiettili che lo finirono.

I FATTI DI PIAZZALE LORETO

A Dongo tutti i 16 cadaveri dei fucilati vengono caricati su un camion, sopra di loro viene steso un telo su cui siederanno i partigiani durante il viaggio. Il veicolo parte per Milano verso le 18:00, fermandosi prima ad Azzano per recuperare anche i corpi di Mussolini e della Petacci lasciati nel frattempo sotto la pioggia. Durante il viaggio di ritorno la colonna è costretta a fermarsi in diversi posti di blocco partigiani che creano diversi problemi: in particolare a Milano, in via Fabio Filzi (vicino gli edifici della Pirelli) durante un controllo operato da una formazione delle Brigate Garibaldi vi sono momenti di tensione quando i partigiani a bordo del camion si rifiutano di mostrare i corpi trasportati. Le due formazioni armate si fronteggiano sino all'intervento del comando generale che permette il proseguimento della colonna alla vicina destinazione finale.
Alle 3:40 di domenica 29 aprile la colonna giunge in Piazzale Loreto, meta che secondo Walter Audisio non fu casuale o improvvisata, ma meditata per il suo valore simbolico. Qui Valerio decide di scaricare i cadaveri a terra, proprio dove le vittime della strage del 10 agosto 1944 erano state abbandonate in custodia ai militi fascisti della Muti, che li avevano dileggiati e lasciati esposti al sole per l'intera giornata, impedendo ai familiari di raccogliere i loro resti.
In piazzale Loreto furono portati diciotto cadaveri: Benito Mussolini, Clara Petacci e i sedici giustiziati a Dongo.
Verso le 7 del mattino, mentre i partigiani lasciati di guardia alle salme ancora dormivano, i primi passanti si accorsero dei cadaveri. Complice un passaparola che in poco tempo attraversò tutta Milano, la piazza si riempì velocemente. Non era stata prevista alcuna misura di contenimento: nella calca le prime file di folla vennero spinte verso i cadaveri, calpestandoli e sfigurandoli. Molti insultavano, dileggiavano, sputavano e prendevano a calci i cadaveri. Una donna sparò al cadavere di Mussolini cinque colpi di pistola per vendicare i propri cinque figli morti in guerra. Mentre sui cadaveri venivano gettati ortaggi, a Mussolini per dileggio venne messo in mano un gagliardetto fascista. Qualcuno orinò sul cadavere della Petacci. Alle 11 la situazione non era più governabile neanche con scariche di mitra. Una squadra di Vigili del Fuoco giunta con un'autobotte lavò abbondantemente i cadaveri imbrattati di sangue, sputi, orina e ortaggi.
A quel punto gli stessi pompieri trassero via dal centro della piazza i sette cadaveri più noti, issandoli per i piedi alla pensilina del distributore di carburante Standard Oil (poi Esso) che si trovava all'angolo fra la piazza e corso Buenos Aires e lasciandoli lì appesi a testa in giù. Si trattava dei corpi di Mussolini, di Claretta Petacci alla quale, essendo stata privata delle mutande, venne dapprima fermata la gonna con una spilla ed infine assicurata meglio con la cintura che il cappellano partigiano don Pollarolo si sfilò appositamente, di Alessandro Pavolini, di Paolo Zerbino, di Ferdinando Mezzasoma, di Marcello Petacci e di Francesco Maria Barracu, il cui cadavere però cadde subito a terra e verrà sostituito con quello di Achille Starace.
Arrivarono sul luogo anche numerosi fotografi e nel corso della mattinata arrivò anche una pattuglia di soldati americani assieme ad una troupe di cineoperatori militari che filmò la scena, che successivamente sarà inserita in uno dei combat film prodotti nel corso del conflitto; un altro filmato venne girato da Carlo Nebbiolo, presente sul luogo assieme al fotografo Fedele Toscani dell'agenzia Publifoto, la pellicola del suo filmato fu sequestrata dalle truppe alleate e restituita in seguito con vistosi tagli, tra cui l'eliminazione della sequenza sulla fucilazione di Starace. Le numerose fotografie scattate in quelle ore animarono, nei giorni seguenti, un fiorente mercato venendo vendute come un ricercato "souvenir di un momento vissuto", bloccato dopo due settimane dal nuovo prefetto cittadino che ordinò l'immediato sequestro delle fotografie dalle cartolerie e la loro rimozione da ogni luogo pubblico.
Verso mezzogiorno, con una camionetta, viene condotto sul luogo anche Achille Starace, ex segretario generale del Partito nazionale fascista, arrestato per le vie di Milano in zona ticinese, giudicato in un'aula del vicino Politecnico e fucilato da un plotone improvvisato di partigiani  alla schiena, sul marciapiede a lato del distributore ove erano stati appesi gli altri cadaveri.
Nel primo pomeriggio una squadra di partigiani del distaccamento "Canevari" della brigata "Crespi", su ordine del comando, entrò in piazza e rimosse i cadaveri trasportandoli nel vicino obitorio di piazzale Gorini.
In serata, il CLNAI riunito emanava una comunicato con il quale si assumeva la responsabilità dell'esecuzione di Mussolini quale conclusione necessaria di una lotta insurrezionale. La massima istituzione resistenziale affermava la volontà di rompere con il fascismo, segnando la fine di un periodo storico di vergogne e di delitti ed inaugurando l'avvento di una nuova Italia, fondata sull'alleanza delle forze che avevano preso parte alla lotta contro la dittatura.

L'AUTOPSIA DEL CORPO DI MUSSOLINI

Il giorno seguente alle ore 7,30 presso il civico obitorio dell'Istituto di medicina legale dell'Università di Milano in via Ponzio il professor Mario Cattabeni sotto la sorveglianza del generale medico "Guido" effettuò l'autopsia sul solo corpo di Mussolini. Il riscontro diagnostico riscontrò sul cadavere sette fori di proiettile in entrata e sette fori in uscita sicuramente prodotti in vita e sei fori successivi alla morte ed individuò come causa mortis la recisione dell'aorta da parte di un proiettile. L'autopsia venne eseguita, scrisse Cattabeni, "in condizioni di tempo e di luogo del tutto eccezionali" entro "una sala anatomica dove facevano irruzione ogni tanto, per l'assenza di un servizio armato d'ordine pubblico, giornalisti, partigiani e popolo".
Prima e dopo l'autopsia furono scattate numerose fotografie, sia mettendo macabramente in posa i cadaveri di Mussolini a Petacci abbracciati, sia dell'equipe forense a fianco del cadavere, immagini del cadavere svestito col torace ricucito a fine autopsia e infine dei corpi deposti entro le casse di legno usate come bare.
Qualche giorno dopo l'autopsia, il 4 maggio le autorità militari alleati richiesero al Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, a titolo di favore, un campione di tessuto cerebrale del defunto da inviare a Wilfred Overholser direttore dell'ospedale psichiatrico St. Elizabeth di Washington d.c., garantendo che verrà utilizzato per scopi scientifici ed i risultati della sua analisi non saranno soggetti a pubblicazione, lo scopo di "medical intelligence" escludente pubblicazioni sarà ribadito nella ricevuta rilasciata il 24 maggio alla consegna del campione.
Il 9 giugno il colonnello Poletti richiese infine due copie autenticate del referto dell'autopsia da consegnare al console americano a Lugano, incaricato di redigere un rapporto ufficiale sugli ultimi giorni di vita di Mussolini.
Nel novembre 2009 alcuni vetrini istologici con sezioni del cervello, vennero posti in vendita su E-bay, con una base d'asta di 15.000 Euro, da un collezionista italiano di cimeli storici, che li aveva avuti in dono da un tecnico analista, assistente di Cattabeni incaricato di preparare i reperti nel maggio 1945. L'offerta di vendita, fu ritirata dal sito dopo poche ore, in quanto contraria alla "policy" del sito che vieta la vendita di materiale organico umano.
In un'intervista radiofonica tra un giornalista ed un medico legale che avrebbe assistito all'autopsia dei cadaveri di Mussolini e Claretta Petacci, il medico, all'epoca poco più che ventenne, affermò che Mussolini e la sua compagna non sarebbero morti nel modo in cui hanno sempre raccontato tutti. Il medico affermò difatti che Mussolini e la sua compagna sarebbero stati prima seviziati, torturati e picchiati e poi, una volta morti, fucilati. Su entrambi, sempre secondo il medico, sarebbero stati riscontrati segni evidenti di violenza sessuale.









martedì 26 marzo 2013

Il patto Molotov-Ribbentrop, l'invasione della Polonia e l'inizio della Seconda Guerra Mondiale

Dopo l'invasione della Cecoslovacchia e il non intervento di Francia e Gran Bretagna, Hitler oramai si convinse ad osare ancora di più con l'invasione della Polonia, nella errata convinzione che le due grandi potenze occidentali non sarebbero intervenute neanche questa volta.
Le prime scaramucce cominciarono già nel marzo 1939, quando Hitler fece tre richieste alla Polonia: la città di Danzica, il consenso alla costruzione di un'autostrada e di una ferrovia che consentissero il collegamento tra la Germania e la Prussia Orientale attraverso il corridoio di Danzica, ed infine una garanzia, a lunga scadenza, del nuovo assetto territoriale.
Nel frattempo, il 31 marzo i tedeschi invasero la città di Memel, in Lituania, e Neville Chamberlain tenne un discorso in cui dichiarò il sostegno di Francia e Gran Bretagna alla Polonia in caso di invasione tedesca, ultimo ammonimento ad Hitler di non compiere altri passi di guerra.Tutto ciò, ovviamente, non fermò il Fuhrer, che ordinò, il 3 aprile, allo Stato maggiore tedesco di preparare un piano di invasione della Polonia.
Nel frattempo, Gran Bretagna e Francia cercarono di coinvolgere l'Urss in un accordo di protezione della Polonia, ma il rifiuto dei polacchi ad accettare l'idea che l'Armata Rossa operasse nel proprio territorio, provocarono una sospensione della trattative.
Stalin, ovviamente, voleva allungare le proprie mani sul territorio polacco, e ciò lo convinse ad abbandonare l'idea di accordarsi con Francia e Gran Bretagna e di aprire trattative con le Germania di Hitler.
Stalin era interessato ai territori appartenuti agli zar, inclusi parte della Finlandia, Moldova e stati baltici. Nell'estate del 1939 iniziarono così trattative tra russi e tedeschi, che portarono, il 23 agosto 1939, alla firma del patto di non-aggressione Molotov-Ribbentrop, dal nome dei ministri degli esteri di Russia e Germania. Questo evento sorprese tutti nel mondo, in quanto nessuno avrebbe mai creduto che due paesi così lontani ideologicamente (ricordiamo che l'Urss vigeva una dittatura comunista) si sarebbero potuti accordare. Questo patto stabiliva, nei suoi quattro articoli, le sfere di influenza: al primo articolo, il confine tra le due sfere coincideva con la frontiera settentrionale della Lituania, e quindi Finlandia, Estonia e Lettonia ricadevano sotto l'influenza sovietica; al secondo articolo, Germania ed Urss stabilivano le loro sfere di influenza in Polonia, in particolare le aree ad est dei fiumi Narew, Vistola e San ricadevano sotto l'influenza sovietica, mentre quelle ad ovest sotto quella tedesca; nel terzo articolo, la Germania dichiarava il suo disinteresse verso la Bessarabia; al quarto articolo, le due potenze promettevano la segretezza di questo documento aggiuntivo.
Il patto, che fu un vero e proprio capolavoro diplomatico tedesco, consentì ad Hitler (la cui intenzione era quella, in futuro, di non rispettare questo patto...) di dedicarsi anima e corpo all'invasione della Polonia.
Il piano tedesco di invasione, denominato Fall Weiss, "caso bianco", fu ideato dal generale Franz Halder e prevedeva lo svolgersi della cosiddetta "guerra mobile", basata sull'attività congiunta delle forze corazzate ed aeree, che avrebbe consentito un rapido avvicinamento alla capitale. Il piano prevedeva l'attacco simultaneo di due gruppi di armate: un gruppo avrebbe invaso il corridoio di Danzica per poi piegare a sud verso Varsavia, l'altro gruppo avrebbe invaso la Polonia dalla Slesia in direzione della capitale.
L'inizio delle ostilità venne stabilito inizialmente per il 26 agosto, ma venne ritardato a causa delle trattative intercorse tra Polonia e Paesi Alleati. Le truppe, dislocate sul confine polacco, venne così messe in stato d'allarme per il 31 agosto, così che il giorno dopo potessero dare inizio all'invasione.
I polacchi, ormai certi che la Germania avrebbe tentato di invadere il loro paese, stanziarono la quasi totalità dell'esercito al ridosso del confine, convinti che i tedeschi avrebbero attaccato da là, ma convinti anche dal fatto che i Paesi Alleati non avrebbero lasciato la Polonia in balia del nemico.

Il 1º settembre prese il via l'attacco tedesco ma alcuni atti furono compiuti prima delle ore 04:45, ora prevista per l'inizio del piano Fall Weiß: alle ore 04:17 a Danzica alcuni attivisti nazisti presero d'assalto un ufficio postale tenuto dai polacchi, ma gli impiegati, dotati di armi, fecero fuoco sugli assalitori riuscendo a respingerli; alle 04:26 tre Ju 87 bombardarono con precisione il dispositivo di micce, piazzate su un ponte sulla Vistola dai polacchi per distruggerlo, al fine di chiudere quella via di accesso ai tedeschi: tale attacco, condotto a bassissima quota, ebbe successo e la distruzione del ponte fu impedita. Alle ore 04:40 venne bombardata la città di Wieluń con la morte di circa 1.200 persone ed il danneggiamento o la distruzione di un grande numero di edifici, e, poco dopo le ore 04:45, l'antiquata corazzata tedesca Schleswig-Holstein aprì il fuoco contro il deposito di munizioni contenuto all'interno della fortezza di Westerplatte.
Alle ore 04:45, le artiglierie aprirono il fuoco contro gli obiettivi prestabiliti e gli aerei si lanciarono sugli obiettivi loro assegnati. Nel nord della Polonia una fitta nebbia limitò fortemente l'efficacia delle prime incursioni, mentre nella parte sud i bombardamenti aerei inflissero gravi danni alla rete ferroviaria, che in quel momento era utilizzata per il trasporto dei soldati che avevano risposto all'ordine di mobilitazione del giorno precedente. Contemporaneamente le divisioni corazzate tedesche, seguite dalla fanteria, iniziarono ad avanzare.
Da nord la 3ª armata avanzò verso sud in direzione di Varsavia con il I corpo ed il II corpo, comandati rispettivamente dal generale Walter Petzel e dal generale Adolf Strauß, ed in direzione sud-ovest con il XXI corpo, comandato dal generale Nikolaus von Falkenhorst, allo scopo di unirsi con il XIX corpo corazzato, comandato dal generale Heinz Guderian, e con la Panzer-Division Kempf, che avevano iniziato l'avanzata da ovest, per chiudere la tenaglia alla base del corridoio; Danzica fu occupata dalla brigata Eberhard, una forza composta da reparti delle Waffen-SS, appoggiati da elementi appartenenti alla milizia locale filo-nazista.
Nel settore sud l'8ª armata avanzò in direzione di Łódź, con il duplice compito di contribuire ad accerchiare le forze polacche presenti nel settore di Poznań e di proteggere il fianco sinistro della 10ª armata che doveva puntare velocemente verso Varsavia, mentre la 14ª armata si dirigeva in direzione di Cracovia; le condizioni meteorologiche più favorevoli permisero attacchi aerei più efficaci e le forze polacche a presidio della frontiera, le quali, sulla base del piano Zachód non avevano predisposto linee di difesa mobili o progressive, furono velocemente superate dai carri armati e circondate dalla fanteria, mentre la Luftwaffe, oltre a distruggere le linee ferroviarie e di comunicazione, riuscì facilmente ad avere ragione dei pochi aerei polacchi che riuscirono a decollare. Un episodio di resistenza polacca si verificò nella giornata a Mokra, dove la brigata a cavallo Wolynska, supportata efficacemente dal treno corazzatoŚmiały ma martoriata dalla Luftwaffe, respinse per tutta la giornata i mal coordinati attacchi della 4ª divisione corazzata e della fanteria tedesca, ritirandosi solo in serata.
Nella zona di confine slovacco-polacca il XXII corpo d'armata del generale von Kleist si aprì la strada attraverso le unità polacche attestate sul fiume Dunajec, non ottenendo però, anche a causa del terreno difficile, considerevoli progressi sui Carpazi.
Il 2 settembre la tenaglia alla base del corridoio fu chiusa dalle punte avanzate della 4ª armata e due divisioni di fanteria ed una brigata di cavalleria, appartenenti all'armata della Pomerania, vi rimasero intrappolate: solo alcune unità della brigata di cavalleria Pomorska tentarono di sfuggire dalla sacca, lanciandosi in un disperato contrattacco contro i carri armati del XIX corpo corazzato venendo praticamente annientate nella battaglia della foresta di Tuchola, mentre la sera tra il 2 ed il 3 settembre la brigata di cavalleria Podlaska sferrò un ridotto e breve attacco lungo un settore del fronte orientale prussiano, compiendo di fatto l'unica incursione polacca sul suolo tedesco. La chiusura della sacca fruttò ai tedeschi circa 15.000 prigionieri e le rimanenti forze dell'armata polacca indietreggiarono verso Varsavia per non essere tagliate fuori a loro volta dall'avanzata della 3ª armata, la quale stava proseguendo l'attacco verso la città di Mława; le difese anticarro polacche avevano momentaneamente bloccato l'attacco della divisione corazzata Kempf, che, il 3 settembre, riuscì a conquistare la città grazie all'intervento del XXI corpo comandato dal generale Albert Wodrig, il quale si fece largo tra le difese, consentendo alla divisione corazzata di circondarla velocemente, ottenendo il duplice risultato di costringere l'armata di Modlin a ritirarsi e di bloccare la guarnigione polacca, che si arrese dopo poche ore lasciando sul campo circa 10.000 prigionieri.
Nel settore sud l'attacco proseguì altrettanto velocemente grazie alla 1ª divisione corazzata che respinse la 7ª divisione di fanteria polacca conquistando un ponte sul fiume Warta il 2 settembre. Una seria minaccia al gruppo d'armate Sud di von Rundstedt, conscio della precaria situazione in cui versava il suo fianco nord, avrebbe potuto essere portata dall'armata Poznań di Kutrzeba, ma Rydz-Śmigły negò più volte il permesso di procedere, al fine di evitare una battaglia decisiva sulla riva occidentale della Vistola. A Varsavia l'alto comando dell'esercito polacco si trovò, data la mancanza di comandi intermedi, tagliato fuori dalle linee di comunicazione con le sette armate che stavano ripiegando di fronte all'avanzata tedesca. Il governo polacco lanciò un appello ai paesi Alleati affinché questi mantenessero il loro impegno di entrare in guerra contro i tedeschi, ma le due potenze occidentali esitarono e l'unico atto compiuto il primo giorno di guerra fu un "ammonimento alla Germania"; il giorno 2 trascorse nell'attesa di una risposta da parte di Hitler che tuttavia non arrivò ed i due paesi, intorno alle ore 22:30, si decisero ad intimare congiuntamente un ultimatum per l'arresto delle operazioni militari in Polonia da parte della Wehrmacht con scadenza per il giorno 3, alle ore 11:00 per la Gran Bretagna ed alle ore 17:00 per la Francia.
La giornata del 3 settembre iniziò con la consegna al consigliere d'ambasciata tedesco Paul-Otto Schmidt dell'ultimatum della Gran Bretagna alla Germania da parte dell'ambasciatore britannico a Berlino Nevile Henderson alle ore 09:00. Nel testo era statuito che, se la Germania non avesse dato entro due ore garanzie sufficienti in merito al ritiro delle truppe dalla Polonia, la Gran Bretagna si sarebbe considerata in guerra contro di essa, mentre alle ore 12:00, ad ultimatum britannico già scaduto e quindi resa ufficiale l'entrata in guerra della Gran Bretagna, l'omologo francese Robert Coulondre consegnò a sua volta l'ultimatum con un termine di scadenza inizialmente previsto per il giorno 4 settembre, anche se, diversamente da quello britannico, nel documento non era contenuto esplicitamente il termine "guerra", ma detto termine venne immediatamente anticipato alle ore 17:00.
Scaduti i due ultimatum, ed ufficializzata l'entrata in guerra delle due potenze occidentali, seguite lo stesso giorno da India, Australia e Nuova Zelanda, le 33 divisioni di cui disponeva l'Heeresgruppe C, comandato dal generale Wilhelm Ritter von Leeb, completarono il loro schieramento sui confini occidentali della Germania, dalla linea Sigfrido alle frontiere con Belgio ed Olanda. Alle ore 21:00 il sommergibile tedesco U-30 affondò lanave passeggeri britannica SS Athenia: il siluramento della nave, scambiata per un mercantile armato, provocò la morte di 112 persone, tra le quali vi erano 28 cittadini statunitensi, suscitando l'indignazione e la protesta del governo degli Stati Uniti.
Contemporaneamente l'avanzata della Wehrmacht in Polonia, affiancata da reparti delle Waffen-SS, tra le quali la divisione Leibstandarte comandata dall'Obergruppenführer Josef Dietrich, proseguiva al ritmo di circa 70 chilometri al giorno, tanto che il 5 settembre la 10ª armata aveva già coperto la metà della distanza tra le basi di partenza e Varsavia; sul suo fianco sinistro l'8ª armata si stava approssimando a Łódź e la 14ª armata aveva già raggiunto i sobborghi di Cracovia.La velocità dell'avanzata tedesca indusse il maresciallo Edward Śmigły-Rydz ad ordinare la creazione di un "Comando della difesa di Varsavia" (Dowództwo Obrony Warszawy), affidandone il comando al generale Walerian Czuma, fino a quel momento comandante delle forze a presidio della frontiera, ed il colonnello Tadeusz Tomaszewski ne divenne il capo di Stato Maggiore. L'avanzata tedesca sorprese lo stesso Hitler, il quale, recatosi in visita al fronte nel settore nord, fu enormemente compiaciuto nel riscontrare le potenzialità che offriva l'innovativo utilizzo dei carri armati.
Nel settore centrale l'8 settembre la 4ª divisione corazzata, comandata dal generale Georg-Hans Reinhardt, punta avanzata dell'8ª armata, raggiunse il limite del distretto di Varsavia ma venne fermata dall'azione combinata dell'artiglieria e da un contrattacco effettuato dai carri armati polacchi, che la costrinsero a ripiegare in attesa dell'arrivo dell'artiglieria pesante e della 12ª divisione di fanteria, comandata dal generale Ludwig von der Leyen; sul fianco sinistro dell'8ª armata tuttavia si stavano raggruppando le truppe polacche dell'armata di Poznań, che si stava ritirando verso est, e ciò che restava dell'armata della Pomerania, in ripiegamento dal corridoio verso sud, le quali, ricevuta l'autorizzazione da Śmigły-Rydz, l'attaccarono nei pressi di Kutno, impegnando la 30ª divisione di fanteria, comandata dal generale Kurt von Briesen, in combattimenti difensivi che durarono tre giorni, fino a quando l'intervento del XVI corpo corazzato riuscì a sospingere i polacchi ad ovest, in direzione del fiume Bzura, nel tentativo di circondare il loro raggruppamento insieme ai superstiti dell'armata di Łódź.
Contemporaneamente alla liquidazione della sacca proseguì l'avanzata della 3ª e della 4ª armata da nord verso la capitale, mentre alle sue spalle il XIX corpo corazzato, al quale era stata affiancata la 10ª divisione corazzata, comandata dal generale Ferdinand Schaal, si spinse velocemente oltre il fiumeNarew in direzione di Brest-Litovsk, ad est del fiume Bug, allo scopo di congiungersi con le punte avanzate della 14ª armata, con il duplice intento di tagliare la strada alle truppe in ritirata verso la parte sud-orientale del paese e di prendere Varsavia alle spalle; Brest-Litovsk fu occupata tre giorni prima che le truppe impegnate nella battaglia del fiume Bzura si arrendessero, capitolando il 20 settembre, e la cattura della città, distante circa 1.600 km ad est della capitale, ne presagì l'inevitabile capitolazione.Nel giorni successivi al 12 settembre le forze polacche, ormai accerchiate, tentarono inutilmente di spezzare l'anello che si era formato attorno a loro, mentre le restanti truppe delle armate di Łódź e di Modlin ripiegavano verso Varsavia; la Luftwaffe bombardò costantemente le truppe intrappolate nella sacca, ormai prive di collegamenti ed impossibilitate a ricevere aiuto, e gli assalti alla linea formata dalla 10ª armata tedesca si infransero progressivamente fino ad esaurirsi il 18 settembre, quando i superstiti delle 19 divisioni che costituivano la prima linea di difesa del paese capitolarono, consentendo ai tedeschi di catturare 170.000 prigionieri.Il 10 settembre il maresciallo Edward Rydz-Śmigły ordinò una ritirata verso sud-est, in direzione del confine con la Romania, mentre, il 12 settembre, l'attacco polacco all'8ª armata si esaurì e le rimanenti forze tentarono di dirigersi verso est al fine di raggrupparsi nuovamente per creare una linea difensiva ad ovest di Varsavia. L'alto comando tedesco, privo in quel momento di informazioni precise sulla posizione del grosso dell'esercito polacco, ritenne che questo si trovasse già oltre la Vistola ed ordinò alla 10ª armata di attraversare il fiume nella zona tra Varsavia eSandomierz, allo scopo di intercettarne la ritirata verso la parte sud-orientale del paese, ma il generale von Rundstedt ritenne viceversa che la maggior parte delle forze polacche fossero ancora ad ovest del fiume e riuscì a convincere l'Alto comando a fare dirigere la 10ª armata verso nord, predisponendo una linea di sbarramento lungo il fiume Bzura, ad ovest di Varsavia, con il duplice scopo di impedire alle truppe polacche di raggiungere la capitale e di intrappolarle prima che queste potessero sfuggire al previsto accerchiamento; la manovra ebbe successo e le forze polacche furono in massima parte circondate, con solo poche unità che riuscirono a sfuggire alla tenaglia proseguendo la loro ritirata verso la Vistola.
Mentre le tre divisioni tedesche si facevano largo nei quartieri periferici ad ovest di Varsavia, il 12 settembre la 3ª armata, proveniente da nord, sfondò delle linee difensive esterne della città sul fiume Narew; le divisioni di cavalleria polacca, comandate dal generale Władysław Anders, tentarono un ultimo disperato assalto contro i panzer tedeschi, venendo quasi completamente annientate, ed i superstiti si diressero frettolosamente all'interno della città, giungendovi il 14 settembre, aumentando il numero dei soldati disponibili per la difesa di Varsavia a 120.000 unità.Il 10 settembre la 4ª divisione corazzata e la 12ª divisione di fanteria, rinforzate dalla 16ª divisione di fanteria comandata dal generale Gotthard Heinrici, iniziarono ad avanzare all'interno del perimetro di Varsavia, muovendo attraverso i due quartieri di Wola e di Ochota; il generale Czuma venne affiancato nel compito della difesa della città dal generale Juliusz Rómmel, e le forze radunate nei giorni precedenti, due divisioni di fanteria rinforzate da 64 pezzi di artiglieria e da 33 carri armati, misero in difficoltà i reparti corazzati tedeschi, che si trovarono ad avanzare sotto il fuoco delle armi anticarro tra lebarricate erette dai soldati e dalla popolazione civile della capitale, che continuava a resistere con la speranza dell'arrivo degli Alleati. Il 15 settembre tuttavia l'anello formato dalle forze tedesche si chiuse definitivamente intorno alla capitale dove, il giorno 16, le forze dell'8ª armata tentarono un primo attacco in direzione dei quartieri di Praga e di Grochów che fu respinto dalle truppe del colonnello Stanisław Sosabowski; l'impossibilità di ricevere sia rinforzi dall'esterno che di ripiegare pose le basi per l'assedio della capitale: lo stesso giorno venne offerta la possibilità di resa alla città, che venne tuttavia respinta, ed Hitler, discostandosi da quanto chiedevano i suoi generali, ossia il blocco con l'attesa della presa per fame, dette ordine di conquistare Varsavia impiegando tutte le forze disponibili.La rapidità dell'avanzata tedesca e l'accerchiamento di Varsavia ormai completato avevano indotto lo Stato Maggiore polacco ad iniziare una ritirata in direzione della parte sud-orientale del paese verso il confine con la Romania, allo scopo di proseguire la guerra, continuando a confidare nell'intervento degli Alleati, ma tale intento venne frustrato dall'ingresso sul territorio polacco dell'Armata Rossa, in violazione del trattato di pace di Riga del 1921 e del patto di non aggressione sovietico-polacco del 1932. Il debole fronte orientale polacco, il cosiddetto Korpus Ochrony Pogranicza, aveva a sua disposizione solo 25 battaglioni di fanteria, ai quali avrebbero dovuto unirsi le truppe delle armate del fronte occidentale che stavano ripiegando, ma, prima che queste potessero arrivare, i sovietici erano già penetrati nelle regioni orientali della Poloniaoccupando le città di Tomaszów Lubelski e Grodno, creando i cosiddetti fronti "bielorusso" ed "ucraino".[76]
Dopo aver ordinato la mobilitazione generale l'11 settembre,7 settembre, alle ore 03:00 del mattino, l'ambasciatore polacco a Mosca venne convocato dal ministro degli esteri sovietico Vjačeslav Michajlovič Molotov che lo informò che il governo polacco aveva cessato di esistere, esprimendo preoccupazioni per la sorte degli abitanti della Bielorussia e dell'Ucraina che l'Unione Sovietica avrebbe inteso proteggere; nello stesso momento tuttavia le truppe dell'Armata Rossa, comandate dai generali Mikhail Kovalov e Semën Konstjantynovyč Tymošenko, stavano oltrepassando i confini orientali della Polonia. Queste truppe, forti di circa 500.000 fanti, 3.000 carri armati e 1.500 aerei erano da un lato la risposta dell'Unione Sovietica agli appelli di appoggio provenienti dai tedeschi, avvenuti il 3 ed 10 settembre, ma anche l'espressione concreta della preoccupazione dell'eccessiva avanzata tedesca e del desiderio di ottenere una equa spartizione dei territori conquistati, con l'inclusione della Lituania nella sua zona di influenza.
Le operazioni militari di parte sovietica proseguirono comunque fino alla definitiva capitolazione del paese; esse furono altrettanto rapide di quelle tedesche ma, diversamente da quanto realizzato dalle divisioni meccanizzate della Wehrmacht, il compito fu reso più facile dalla situazione in cui versava la Polonia, ossia un paese ormai senza governo, con un esercito senza più comando ed un doppio fronte aperto: il 22 settembre fu conquistataLeopoli e l'Armata Rossa raggiunse la linea rappresentata dai fiumi Narew, Bug, Vistola e San il 28 settembre, incontrandosi con le unità tedesche provenienti da nord e da ovest, ed è da rilevare che, contrariamente a quanto avvenuto nei confronti della Germania, non vi fu nessun intervento o dichiarazione di guerra da parte degli Alleati nei confronti dell'Unione Sovietica.L'invasione sovietica costrinse dapprima alle dimissioni, ed immediatamente dopo alla fuga, il Presidente della Polonia Ignacy Mościcki ed il maresciallo Rydz-Śmigły, i quali, nonostante esortassero i soldati a continuare a combattere, ripararono in Romania; il giorno successivo i sovietici raggiunsero Brest-Litovsk, occupata due giorni prima dalle avanguardie della 4ª armata tedesca provenienti da nord, incontrandosi, il giorno 20, nell'antica città polacca con le truppe della Wehrmacht, sancendo di fatto, a campagna ancora in corso, una spartizione politica della Polonia.
Nei giorni successivi le forze tedesche sferrarono l'attacco finale a Varsavia con nove divisioni, cinque da ovest e quattro da est, preceduto, oltreché dai bombardamenti aerei, da un intenso fuoco di sbarramento realizzato da circa 70 batterie di artiglieria da campo e da 80 di artiglieria pesante; il 20 settembre le forze provenienti dalla riva est della Vistola riuscirono a penetrare nel quartiere di Praga, venendone tuttavia respinte dalla resistenza della Dowództwo Obrony Warszawy e da quella parte di popolazione civile che aveva deciso di non arrendersi e di imbracciare le armi; la situazione all'interno della città era sempre più disperata e, il 21 settembre, tutte le rappresentanze diplomatiche neutrali furono evacuate dalla capitale mentre, il 22 settembre, Hitler, che si era recato in visita alle truppe che stazionavano nella periferia di Varsavia, ordinò all'8ª armata di attaccarla da ovest, in modo che i profughi in fuga si dirigessero nel territorio ormai occupato dai sovietici, allo scopo, una volta terminate le ostilità, di non occuparsene.Il 17 settembre il generale Walther von Brauchitsch proclamò, ad operazioni ancora in corso, la fine della campagna di Polonia e, contestualmente, l'attacco sovietico alle spalle dello schieramento polacco, che velocemente si era disgregato davanti alle forze meccanizzate tedesche, costrinse ciò che rimaneva dell'esercito della Polonia ad una impari lotta su due fronti, mentre Varsavia era già stata completamente circondata. La stretta finale alla capitale iniziò con una serie di bombardamenti che si sarebbero protratti, sia di notte che di giorno, per tutta la durata della battaglia e per realizzarli vennero utilizzate la 1ª e la 4ª Luftflotte, comandate rispettivamente dai generali Albert Kesselring ed Alexander Löhr, allo scopo di colpire obiettivi militari e civili che accrebbero notevolmente il numero delle vittime.
Viste le condizioni ormai disperate delle forze armate e della popolazione civile all'interno della città i polacchi furono costretti ad accettare e, a mezzogiorno del 27 settembre, il generale Kutrzeba avviò le trattative con il generale Blaskowitz per la resa di Varsavia; i combattimenti cessarono ed il giorno successivo venne firmata la definitiva capitolazione della capitale polacca con l'ingresso delle truppe tedesche nella città. Durante la battaglia l'esercito polacco perse 6.000 soldati e 16.000 rimasero feriti, ed i circa 140.000 soldati della guarnigione che furono fatti prigionieri iniziarono ad essere inoltrati il giorno 30 verso i campi di concentramento tedeschi, giorno in cui a Londra venne costituito il Governo polacco in esilio presieduto da Władysław Raczkiewicz. Il 24 settembre tutte le unità tedesche impegnate nell'attacco a Varsavia furono poste sotto il comando del generale Blaskowitz ed il giorno successivo iniziò, preceduta da due giorni consecutivi di bombardamenti aerei, un'ulteriore offensiva che, nonostante la strenua difesa, permise ai tedeschi di cominciare a farsi strada all'interno dei quartieri di Mokotów e di Praga, mentre la situazione della popolazione civile, a causa dei bombardamenti e dei combattimenti incessanti, peggiorava continuamente: la mancanza di cibo e di medicinali, unita alla mancanza di acqua dovuta alla distruzione degli acquedotti, il cessato funzionamento della rete elettrica e telefonica e la presenza di 16.000 soldati e di un numero imprecisato di civili feriti, rendeva la situazione non più sostenibile. Il 26 settembre il generale Rómmel chiese un cessate il fuoco per negoziare la resa, ma stavolta furono i tedeschi a rifiutarla, sostenendo che avrebbero accettato solo una proposta di resa incondizionata.
L'esercito polacco, dopo la caduta di Varsavia, l'invasione sovietica ed abbandonate le speranze di un intervento Alleato, proseguì la sua disperata resistenza per un'altra settimana ma le sorti del paese erano ormai segnate: la guarnigione di Modlin, forte di quattro divisioni ed accerchiata dal 10 settembre, si arrese il giorno 28, lasciando ai tedeschi circa 24.000 prigionieri, mentre in precedenza, rispettivamente l'8 ed il 19 settembre, si erano già arrese quelle di Westerplatte e di Gdynia.
Nel sud-est del paese, dove si erano radunate le truppe di quello che avrebbe dovuto diventare il fronte rumeno, i combattimenti proseguirono fino al 5 ottobre, quando le ultime forze polacche di una certa consistenza si arresero nel settore intorno alla città di Kock, anche se circa 100.000 soldati riuscirono a mettersi momentaneamente in salvo al di là delle frontiere neutrali di Lituania, Ungheria e Romania;  il 6 ottobre al Reichstag Hitler annunciò la fine delle operazioni militari contro la Polonia, nonostante non vi fosse stato un formale atto di resa del paese da parte del Governo polacco in esilio.Nel nord del paese il 1º ottobre fu conquistato anche il forte di Hel, comandato dall'ammiraglio Józef Unrug, che resisteva dall'inizio della guerra con una piccola guarnigione formata da 450 fanti di marina, integrati da una milizia civile: il forte, situato su di una lingua di terra larga 11 chilometri, fu difeso dalle artiglierie costiere e da campi minatima dovette cedere sotto i colpi provenienti dalle corazzate Schleswig-Holstein e Schlesien e dai bombardamenti degli Stuka, i quali distrussero progressivamente le linee ferroviarie necessarie allo spostamento delle batterie utilizzate per la sua difesa.
La campagna di Polonia era stata combattuta e vinta in sole cinque settimane, e, nonostante i combattimenti non fossero cessati immediatamente, in quanto l'attività di guerriglia e di resistenza proseguì fino all'inverno, la Germania era riuscita, con la collaborazione dell'Unione Sovietica, a sconfiggere quello che all'epoca era considerato uno degli eserciti migliori del mondo ma, dal punto di vista politico, il Führer non riuscì nell'intento di annettere Danzica e la Polonia mantenendo fuori dal conflitto le potenze Alleate, provocando l'inizio della seconda guerra mondiale.